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Una nostra lettrice ci dà conto di una storia familiare che ha per oggetto il rapporto di lavoro con la badante della propria madre

“Mi rivolgo a tutte quelle famiglie che hanno genitori anziani o disabili che devono necessariamente rivolgersi a badanti per un welfare “fatto in casa” che permetta di conciliare casa lavoro e l’opprimente burocrazia.

Nel 2011 mia madre è stata colpita da ictus celebrale con conseguente paralisi parte destra e afasia, impossibilitata a deambulare, a svolgere qualunque funzione in autonomia, a comunicare con la parola (e  viveva sola con la pensione al minimo).

Noi figlie, da subito, abbiamo previlegiato l’inserimento di una badante nell’abitazione della mamma per non allontanarla dal suo ambiente; abbiamo dotato l’appartamento di presidi adeguati per consentire alla mamma una qualità di vita dignitosa con grandissimo dispendio sia in termini economici che di sacrificio del nostro tempo.

La badante in questione, straniera, regolarmente assunta, era trattata nel perfetto rispetto delle regole.

Aveva un contratto come convivente per 54 ore settimanali e in aggiunta alla paga sindacale avevamo stabilito anche un superminimo di € 100. Veniva retribuita mensilmente e ogni metà del mese, come da sua richiesta, le veniva erogato un anticipo competenze; annualmente chiedeva e riceveva l’acconto del 70% del TFR.

Usufruiva delle ore giornaliere e settimanali di riposo previste dal CCNL ed eventuali  straordinari venivano regolarmente retribuiti con il cedolino. Usufruiva a sua scelta di due periodi di ferie nell’anno.

Il contratto di lavoro veniva gestito da consulenti del lavoro qualificati e pagati a nss. spese.

La badante in questi 7 anni è stata trattata come una di “famiglia”.

Nel gennaio 2018 mia madre ha cominciato a manifestare segni di maggiore sofferenza fisica che richiedeva la frequente presenza di personale medico infermieristico.

Dopo aver valutato il problema ed i maggiori sacrifici economici ai quali saremmo andate incontro, abbiamo pensato  di inserire mia madre presso una struttura (ovviamente con le spese a totale nostro carico), comunicando anche alla badante la nostra intenzione.

A settembre, si è reso disponibile un posto nella struttura da noi prescelta e nel rispetto delle norme abbiamo consegnato alla badante regolare lettera di  risoluzione del rapporto di lavoro;  le abbiamo anche detto che era nostra intenzione corrisponderle, oltre a quanto previsto contrattualmente,  una piccola somma di denaro a titolo di regalo per tutti gli anni passati con la nostra madre.

Non stiamo a dilungarci sulle  deliranti accuse formulate  nei nostri confronti dalla badante, che nonostante il nostro rispetto delle regole ha iniziato ad accampare pretese, ma quello ci ha fatto veramente indignare sono le richieste avanzate da questa signora tramite i patronati CISL e CGIL, quest’ ultimo è arrivato a quantificare maggiori spettanze a nostro carico per complessivi  51.152,82 Euro.

E’ mai possibile che famiglie non benestanti, traumatizzate e sofferenti per la grave malattia di un proprio caro, dopo aver dato fondo a tutti i propri risparmi per far fronte all’assistenza che strutture pubbliche carenti non riescono a dare, ottemperando tutti gli obblighi di legge,  devono poi anche essere umiliate,  offese  e oltremodo vessate da   truffe legalizzate?

Proveniamo da una famiglia di operai e con storie di emigrazione, abbiamo il pieno rispetto di chi lavora compresi gli stranieri che regolarmente svolgono il loro lavoro in Italia e sono sempre stata rispettosa delle regole, ma la vicenda che stiamo vivendo ci fa gridare che  c’è qualcosa che non funziona nella legislazione e nell’etica di certe persone che rappresentano le organizzazioni dei lavoratori”.

 

Fonte: Lavocedipistoia.it

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